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domenica, ottobre 28, 2012

Cani in fuga da Green Hill: Alcune storie inquietanti di alcuni nuovi padroni. Li hanno abbandonati al loro destino per un'altra volta.


MONTICHIARI. A fare da contraltare alle migliaia di storie felici una piccolissima minoranza di adozioni sfumate. Evaporato l'entusiasmo, qualcuno ci ripensa. Dal beagle perso in tangenziale a quello reso perchè troppo irruente: il lieto fine non è sempre scontato

Montichiari. Solo, smarrito, già orfano del nuovo padrone che l'aveva adottato una manciata di ore prima. Il cucciolo di beagle avrebbe dovuto abbracciare una libertà mai conosciuta, scoprire la vita lontano dall'orrore di Green Hill. LA POESIA DELL'AFFIDAMENTO, invece, si è sciolta al calore dell'asfalto agostano su cui è stato «dimenticato»: appena fuori dal centro di Montichiari, disperso a un palmo di zampa dalle automobili sfreccianti, triste come gli sguardi dei cani che campeggiano nella pubblicità progresso anti-abbandono. L'ha ritrovato una ragazza per caso - muso lungo e occhi languidi -, mettendolo in salvo subito dopo aver quasi rischiato di investirlo. Probabilmente sarà affidato ad un'altra persona.

Intanto, zona colle San Zeno, fa capolino una coppia che aveva sgomitato per avere un cucciolo, giurandogli amore eterno e un trattamento da figlio primogenito... «Devo portare mia moglie a fare una visita in ospedale – sussurra lui -: il cucciolo non lo vogliamo più».

Una mamma-adottiva meno fantasiosa, invece, per rendere al mittente il beagle ricorre all'intramontabile tecnica della mesta verità: «È insopportabile, mi mangia tutte le gambe del tavolo. Tenetevelo». Facce tristi di una stessa medaglia... già, perché svaniti i facili entusiasmi la campagna Sos Green Hill sta presentando l'altro volto: quello di padroni subitanei, reclutati cavalcando l'effimera onda mediatica, che si sono mprovvisamente scoperti innamorati persi della razza beagle e che - altrettanto improvvisamente - decidono di fare retro-front, condannando i cuccioli all'abbandono più doloroso. 

Quello dell'uomo, quello di chi, mentre osservava le creature dentro alla gabbia, sfoggiava lacrime e proclami di fedeltà; quello che però poi incoccia nel trabocchetto della sottovalutata responsabilità di curare un animale.

Allora ecco i ripensamenti istantanei e il mito della liberazione canina prontamente oscurato dallo spettro di un «paradiso perduto», chiazzato di bianco, nero e marrone. DAI SOCIAL NETWORK ai banconi del bar in centro, dai militanti anti-specisti ai cittadini mossi da pura passione cinofila, la domanda se la stanno facendo in molti: che fine faranno i 2500 beagle sfuggiti un mese fa allo spietato destino della vivisezione?

Molti, anzi moltissimi, hanno già ritrovato l'ebbrezza della vita libera e l'affetto sconfinato di padroni responsabili: sono le storie dei vari Ulisse, Laika, Pepita e centinaia di altri beagle come loro. Quelle sorridenti, benedette dal lieto fine. Un lieto fine che ora, però, rischia di essere infettato da quella piccola fetta di insensibilità umana e cuccioli reietti, che è più amara d'una vivisezione di sentimenti.
Elia Zupelli
Fonte Bresciaoggi.it

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